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yuki
27 October 2017 @ 04:48 pm
Titolo: Solace
Wordcount: 1004
Fandom: Fullmetal Alchemist
Personaggi: Alphonse Elric/Edward Elric
Rating: SAFE
Generi: romantico
Avvertimenti: incest/reincarnazione sottintesi, modern!AU in cui non sono fratelli, fluff, shonen-ai
NdA: Prompt “Coccole davanti il camino” @ LDF per la Notte Bianca # 26 - Sto diventando monotematica, lo so, ma questo passa il convento per ora e questo ci prendiamo.



C’è un tepore denso e familiare all’interno dell’appartamento. Il fuoco crepita nel piccolo camino del salotto, gettando lingue di luce sulle pareti della stanza. L’odore del legno permea l’ambiente, e dalle strade si possono sentire i cori natalizi e il profumo del forno salire verso le finestre umide delle case.
Edward è sdraiato sul divano – meglio, è sdraiato con Alphonse sul divano. Ha la schiena posata sul suo petto, il corpo fra le ginocchia aperte dell’altro, le dita che armeggiano distratte con quelle del ragazzo. Non sta pensando a nulla di importante, semplicemente apprezza tutte le sensazioni che lo avvolgono come una coperta, scivolando in un dormiveglia che non è sonno ma che lo attrae inevitabilmente in uno stato di leggerezza fisica e mentale.
Distrattamente traccia con le dita sottili le linee che solcano il palmo di Al, come strade sconosciute che lentamente esplora con tocchi delicati. Avverte il tessuto rigido sotto i polpastrelli, un principio di calli che gli provoca una smorfia contrariata. Massaggia ogni nocca e ogni spazio fra le dita, solcando con l’indice le vene che si ramificano gonfie sotto la pelle dell’altro. Non si è accorto di essersi soffermato sul polso di Al, pulsante e caldo, e per qualche ragione che non riesce a ricordare gli sembra che la sua presenza accanto a lui sia in passato stata molto meno scontata di così. Tuttavia non riesce a fissare una tale sensazione nel tempo, né a ricordare il luogo in cui essa è avvenuta, quindi la accantona in favore delle dita di Al che stringono le sue.
«Pensavo dormissi», dice Edward, cambiando leggermente posizione e girandosi per trovarsi faccia a faccia con Alphonse. Ha gli occhi socchiusi, i capelli arruffati sulla fronte ed è comunque bellissimo, nota Edward con un pizzico di disappunto.
«Dormivo infatti, ma qualcuno mi ha distratto», e prevenendo quello “scusa” sulla punta della lingua di Ed, aggiunge: «Non che la cosa mi dispiaccia, comunque.»
È il turno di Edward di godersi le mani esperte di Al che dai suoi fianchi salgono verso le braccia con movimenti leggeri, toccano le spalle e i contorni del proprio viso con una delicatezza che lo sorprende ogni volta, e lo sfianca quando gli sembra che sia troppo, più di quanto lui possa mai meritarsi. L’elastico per capelli che porta viene rimosso con calma, e Edward non può che rilassarsi alla familiare sensazione dei propri capelli che vengono sciolti dalla lunga treccia. Sa che Alphonse ama quella loro routine, sa quanto adori passare le dita fra le chiare ciocche annodate e godersi i minuscoli versi di apprezzamento che Ed si lascia scappare.
Sono momenti simili che lo agitano e rendono stranamente inquieto, come se la felicità ottenuta non potesse durare. Ha paura del concetto di famiglia, paura che un giorno Al si renda conto che una relazione come la loro non ha futuro e decida di andarsene chissà dove, sparendo per sempre dalla sua vita. Ne hanno parlato così tante volte e Alphonse lo ha sempre rassicurato fino allo sfinimento dell’impossibilità che questo accada, ma Edward non riesce comunque a dimenticare del tutto quel vago sentimento di disagio nato dal suo costante non sentirsi abbastanza.
«Se mi concentro posso quasi sentire gli ingranaggi incepparsi», lo prende in giro Al, abbracciandolo subito dopo e ignorando le proteste di Ed secondo il quale lo sta soffocando. Come se non fossero mai stati molto più appiccicati di così. «A cosa stai pensando?»
«Hm. Niente di importante», risponde Ed con un’alzata di spalle. Adesso Alphonse è del tutto sveglio e ha il cipiglio contrariato di quando non si beve nemmeno una delle sue bugie.
«Lo voglio ben sperare. È la vigilia di Natale e sei al caldo, con la pancia piena e il tuo ragazzo che ti fa da sofà e ti riempie di attenzioni. Sarebbe quasi offensivo, saperti interessato ad altro.» Nel dirlo, Al mette il broncio tipico di quando vuole prendere in giro l’altro, consapevole di come Edward lo conosca abbastanza da capire che sta scherzando.
«Innanzitutto, fino a pochi istanti fa stavi dormendo», risponde con un ghigno Ed, incrociando le braccia sul petto dell’altro e premendovi sopra l’indice della mano.
«Solo perché stavo apprezzando al massimo la tua presenza.»
«Stronzate», e vorrebbe sembrare indignato Edward, ma riesce solo a farsi scappare una risata sottovoce alla quale Alphonse si unisce dopo qualche istante, facendo agitare entrambi ad ogni nuovo accesso di ilarità. Ridono per un po’, finché Al non posa una mano sulla guancia di Edward e lo guida verso le proprie labbra per un bacio lento e incredibilmente lungo. Ed sorride nel bacio, registra le mani di Alphonse sulla propria schiena che salgono e scendono e a sua volta avvolge con le proprie il viso di Al. Ha un sorriso così genuino che Edward è costretto a sorridere a sua volta.
«Immagino che la mia idea di uscire sia stata completamente bocciata», si lamenta Alphonse, ma allo stesso tempo riempie Edward di baci leggeri, sulle guance e sulla fronte, e ovunque riesca a raggiungere.
«Più che rifiutata, mai presa in considerazione. Sarebbe quasi offensivo saperti interessato allo spettacolo del coro natalizio, quando hai a casa il tepore del camino e il tuo ragazzo a tenerti impegnato», lo scimmiotta Edward con un’espressione soddisfatta che diventa un ghigno trionfante quando Al assottiglia lo sguardo e lo bacia di nuovo – un bacio diverso, intenso e bagnato, che riserva per quando ha deciso che è il momento di farlo star zitto.
«Dovrai tenermi più impegnato di così», gli suggerisce allusivo, posando i palmi aperti sul suo posteriore e mimando movimenti conosciuti che Edward non può fare a meno di attendere con impazienza.
«Nessun problema», ride Edward, e lo bacia ancora con urgenza, finché il rumore del fuoco scoppiettante e quello dei canti sotto casa scompaiono dalla sua mente e c’è solo il respiro di Alphonse, le sue mani e le sue labbra sul suo corpo. Dimentica le proprie preoccupazioni e i ricordi che non riesce ad afferrare, aggrappandosi al presente infinitamente più caldo e rassicurante.
 
 
yuki
27 October 2017 @ 04:31 pm
Titolo: Convivenza, 1
Wordcount: 372
Fandom: Haikyuu!!
Personaggi: Iwaizumi Hajime/Oikawa Tooru
Rating: SAFE
Generi: generale
Avvertimenti: shonen-ai, slice of life, relazione, raccolta
NdA: prompt "Gay pride" per la Pasticceria del Buonumore/NB delle Lande. Inoltre scrivo così tante minchiate sulla IwaOi che è il caso ne faccia una raccolta saltuaria.



«Te lo scordi di uscire conciato così.»
Oikawa mette il muso, imbronciandosi e incrociando le braccia. È da un’ora e mezza che rovista nell’armadio, alla ricerca di qualcosa di adatto per l’occasione. Ha abbinato con attenzione colori e stili, aggiungendo dettagli che rendessero il proprio outfit personalizzato – e nonostante questo, Iwaizumi ha quell’espressione sul viso che gli fa capire quanto perentorio sia il suo no.
«Ma Iwa-chan! È la terza volta che mi cambio. Si può sapere cos’ho che non va?»
«E me lo domandi pure? Ti sei guardato allo specchio?», e sa che è una domanda stupida perché Oikawa passa davanti allo specchio almeno tre ore al giorno, e sa benissimo cosa c’è che non va.
Come per prenderlo in giro, si sistema l’orlo degli shorts che terminano appena sotto il sedere con un gesto scocciato. Si abbassa per raccogliere un foulard dal pavimento, e Iwaizumi può vedere perfettamente oltre lo scollo della maglietta chiara la forma dei suoi capezzoli, tesi contro la maglietta – e troverebbe quasi ammirabile il modo in cui Tooru riesce a indossare magliette con unicorni astronauti e sembrare comunque un fotomodello, se non fosse che la questione precedente rimane tuttora irrisolta.
«Stai davvero diventando mia madre, Iwa-chan.»
«Infatti ho una gran voglia di picchiarti con il mestolo, sai?»
«E rovinare il mio bellissimo viso?!» risponde scandalizzato Oikawa, con la mano aperta sul petto.
«Muoviti e mettiti qualcos’altro, altrimenti ci perderemo la parata anche quest’anno» dice Iwaizumi, allontanandosi verso la propria stanza – quella che usa solo come armadio perché il letto di Tooru è ormai diventato quello di entrambi.
«Hm, antipatico. Sarà per via della maglietta?», brontola Oikawa fra sé, mettendo a soqquadro nuovamente i cassetti alla ricerca di “qualcosa di sobrio”, come l’altro ama definire l’abbigliamento comune e noioso.
«Non sei ancora pronto?», sente dall’ingresso della stanza, e Oikawa si volta per osservare il suo fidanzato. In canottiera sportiva e bermuda neri. Con le braccia di fuori e ogni muscolo in bella mostra. Quegli enormi, abbronzatissimi bicipiti del tutto scoperti.
«Cambiati quella maglietta e io mi cambio gli shorts», sibila sottovoce, cercando in mezzo alla confusione un paio di jeans. Neanche si accorge del ghigno divertito di Iwaizumi alle sue spalle. «L’unicorno però rimane!»
 
 
yuki
Titolo: Will you still love me
Wordcount: 1167
Fandom: Fullmetal Alchemist Brotherhood
Personaggi: Edward Elric/Alphonse Elric
Rating: PG
Generi: sentimentale
Avvertimenti: incest sottinteso, canon deviation
NdA: Prompt: “Will you still love me When I’m no longer young and beautiful?” @ LDF per la Notte Bianca #26 - Questo ritorno delle Lande che coincide con il mio desiderio di tornare a scrivere non può essere casuale.



C’è una crepa sul muro della stanza, un solco dall’intonaco scrostato che scende dall’angolo verso la cassettiera e scompare ad un certo punto appena sopra lo specchio appeso al muro. La polvere vortica lenta nello spiraglio di luce che attraversa le tapparelle, agitandosi al minimo cenno di corrente. Tutto è statico eppure tutto è in movimento, in tumulto – certamente lo è il cuore di Alphonse che non smette di agitarsi nel suo petto, come un uccello che vuole scappare dalla propria gabbia di ossa.
Osserva la profondità dello spazio che lo circonda. Ascolta il proprio cuore e non gli sembra ancora possibile che ne abbia uno fatto di carne, con due atri, due ventricoli e sangue che pompa vita nelle sue vene. La sente scorrergli dentro come elettricità, bollente e pulsante e calda, e poi c’è quel cuore impazzito che balla nel suo petto. Sente fuochi d’artificio nello stomaco – sente, e sente così tanto e con tanta intensità che gli fa male, ma persino il dolore è una sensazione che accetta con piacere.
Inala l’odore asettico della stanza d’ospedale, uno nuovo, come ancora mille dovrà incontrarne. In lontananza puà sentire una voce femminile, più vicino il ticchettio dell’orologio sulla parete. Persino il tempo gli provoca una strana sensazione di formicolio, ricordandogli che adesso ha un corpo e che, in quanto tale, esso invecchierà.
Viene distratto da dita leggere sulla propria nuca, da una mano che lo sfiora con una delicatezza che non sa ancora giudicare ma che gli sembra impalpabile e preziosa. Si lascia andare alla sensazione, chiudendo gli occhi e inspirando a pieni polmoni il profumo familiare e rassicurante di suo fratello.
«Al, dovresti dormire. Davvero.»
La voce di Edward ha una consistenza che gli ricorda il miele. Al assapora questa nuova sinestesia che lo assale, un collegare diversi elementi a determinate sensazioni che ricorda dalla sua vita prima del Portale. Gli piace e lo fa sentire finalmente, dopo un tempo che gli è sembrato infinito, completamente umano.
«Ho dormito per chissà quanto tempo, fratellone. Non ci riesco proprio.»
Sente Edward sospirare e muoversi leggermente attraverso le coperte che li separano. Non lo ha lasciato per un istante, da quando quella mattina si è risvegliato fra le sue braccia fino al proprio letto, preoccupandosi ogni qual volta le infermiere si avvicinavano per un controllo o un prelievo, lamentadosi di come fosse troppo presto, di quanto Al fosse debilitato, e di altre questioni che Alphonse non aveva notato, occupato com’era a bearsi della presenza fisica di Edward accanto a lui. Gli era mancato suo fratello, in modi che non avrebbe mai potuto spiegargli e che soltanto lui, evaso infine dalla propria armatura d’acciaio, poteva comprendere.
«Va bene. Ti fa male qualcosa? Hai ancora la nausea?»
Sbuffa Alphonse, e nel farlo sente il proprio respiro solleticargli il naso. Non riesce a non sorridere, conscio del fatto che anche la più banale sensazione è per lui nuova e bellissima.
«No Ed, sto bene, e stavo bene anche stamattina, e dopo in ospedale, e anche cinque minuti fa. Sto bene, e presto starò alla grande. Smettila di preoccuparti».
Ma Edward ha l’espressione di chi non gli crede, e Al sa che non è quello il problema. Conosce abbastanza bene suo fratello da sapere che è paura, quella che legge nei suoi occhi.
«Scusa. È solo che- »
«Sì, lo so. Non c’è bisogno di spiegare nulla. Sono qui, e non salterà fuori all’improvviso la Verità pronta a trascinarmi di nuovo dall’altra parte.» Alphonse si fa più piccolo nell’abbraccio di Edward. «Non vado da nessuna parte. Non che riesca a muovere un muscolo, comunque» dice ridendo, in maniera naturale e soffusa, sentendo lo stomaco contrarsi per l’ennesima, nuova sensazione.
«Quanto mi sei mancato, Al. Mi sei mancato così tanto», e Al deve alzare gli occhi perché la voce di Edward è spezzata e l’altro sta piangendo, dignitosamente e in silenzio, ma senza nascondergli le proprie lacrime. Piange e si morde un labbro, masticando un’imprecazione che si perde in un singhiozzo, e Alphonse riesce solo ad abbracciarlo con tutta la forza che gli riesce in corpo, lasciando che il dolore e il sollievo di suo fratello gli inzuppino il camice e gli occhi chiari. Piangere è strano, pensa, mentre il naso gli inizia a prudere e il respiro rantola appena.
«Lo so, Ed. Mi sei mancato anche tu. Mi è mancato sentire tutto questo.»
Un altro gemito leggero, delle scuse mormorate, e Alphonse soffoca nella stretta comodamente soffocante di suo fratello. Il suo corpo non è ancora fatto per tutte quelle emozioni, sente quasi di poter esplodere per la forza con cui il sangue gli scorre in circolo. Pensa al suo nuovo corpo, magro e smunto, a quanto dovrà impegnarsi per riacquistare del tutto la propria salute. Immagina ad occhi chiusi il proprio viso, pieno e fresco, le braccia ingrossate dal lavoro, la pelle abbronzata daò sole della campagna e non vede l’ora di diventare la persona che sa di dover essere.
«Sarai ancora al mio fianco quando starò bene, fratellone?»
Alphonse lo dice sovrappensiero, lasciandosi scappare il primo pensiero che si affaccia fra tanti, e troppo tardi realizza l’egoismo e la mancanza di tatto della sua domanda. Edward ha fatto così tanto per lui, dopotutto. È stato ferito, lacerato, privato dei propri arti, quasi ucciso, ha dato in cambio la sua amata alchimia per lui. Quale diritto ha di domandargli qualunque altra cosa che non sia l’affetto di un fratello?
Edward passa le proprie dita fra i capelli di Al, sulle sue tempie, le guance, le spalle dritte e magre. Quando parla, nella sua voce c’è una sfumatura che ad Alphonse ricorda sua madre, un amore smisurato che lo fa sentire pieno e protetto.
«Sarò al tuo fianco domani, e il giorno dopo ancora, e la settimana prossima. Al primo festival di primavera, ad ogni passo che muoverai, ad ogni visita del dottore, ad ogni traguardo.» Ed intreccia i capelli di Al, senza smettere di parlare. «Ci sarò per sempre Al, anche quando saremo vecchi e raggrinziti, e penseremo a tutto questo come qualcosa di lontano e incredibile. Non ti abbandonerò mai», e nella sua voce c’è una promessa così solenne che Al trattiene il respiro per un istante, finché non torna con la conscienza alle mani di Ed che concludono una morbida treccia sulle sue spalle e lo stringono a sé.
«Non sono un bello spettacolo adesso, immagina quanto saremo brutti da vecchi» e ride di nuovo Alphonse, ride ed è felice e pieno e non sa come contenere tutta quella felicità.
«Sei perfetto, Al. Sei esattamente come dovresti essere», risponde Edward, accarezzadogli una guancia e ottenendo in cambio l’espressione compiaciuta di Al. «In quanto alla vecchiaia, ce ne preoccuperemo a tempo debito.»
Il tempo avrebbe divorato tutto, alla fine. Carne, colori, gioventù – tutto sarebbe andato perduto nell’inarrestabile avanzare delle lancette. In mezzo però c’era un panorama infinito di possibilità, e Alphonse non vedeva l’ora di esplorarne il maggior numero possibile, con suo fratello al suo fianco.
 
 
yuki
Titolo: Un altro bacio e sarai mio
Wordcount: 3051
Fandom: Full Metal Alchemist (2003)
Personaggi: Alphonse Elric/Edward Elric (mainly armor!Al/Ed)
Rating: NC17
Generi: erotico, sentimentale
Avvertimenti: yaoi, incest, underage, lemon, poco angst
NdA: Penso di essere tornata. Forse.
Prompt: Alphonse/Edward, "C’è qualcosa dentro di me che è sbagliato e non ha limiti. E c’è qualcosa dentro di te che è sbagliato e ci rende simili." (La vedova bianca - Afterhours) @piscinadiprompt


Sbagliato. Questa era la parola che gli ronzava nella testa, come un fastidioso insetto che non lo lasciava dormire. I pensieri erano l'alternativa a un sonno burrascoso per Edward, che fin troppo spesso si svegliava nel cuore della notte annaspando alla ricerca di aria per l'ennesimo incubo. Non voleva che Al si preoccupasse, dopotutto.Collapse )
 
 
Playlist: Florence + The Machine
 
 
yuki
Titolo: Arms of the ocean
Wordcount: 697
Fandom: Full Metal Alchemist (2003)
Personaggi: Alphonse Elric/Edward Elric
Rating: R
Generi: drammatico, sentimentale
Avvertimenti: yaoi, incest, lime, hurt/comfort, masturbation
NdA: La mia vita va a puttane ma ehi, ho scoperto l'Elricest \O\

«Brother.»
Ed gripped the fabric of his t-shirt, nails digging the skin of his shoulders. Not that Alphonse minded that, really.
«Brother, I'm right here.» My beloved brother.
Ed's face looked like he had just seen a ghost, which he probably had, in one of the many nightmares creeping inside his head at night, when his mind was not filled with ideas to bring them back to their world and his body was too tired to fight them back. Since Al had joined him on the other side of the gate, those sleepless nights were a loop that kept repeating once in a fortnight or so, according to Ed's subconscious need to make his own self get swallowed again and again by the terrors of their lives.
«I'm here with you, I'm not going anywhere.»
He took some strands of the other's hair between his fingers, reveling in the feeling of being the only one able to see his brother as vulnerable as he was – not that he wanted him to feel that way, he wished every day of his life for Ed to be free from every and each of its torments. Even so, seeing Edward all curled up against his chest made it swell up and get fuzzy and warm.
«I am terrified, Al. I keep on dreaming about you, reaching out for me from inside the gate. You scream my name and I'm too far to take your hand, I can only watch you while you disappear- »
His voice broke in a whisper, in Al's embrace that put a halt to his endless worrying. His brother's scent for some reason made him think about the forest back in Resembool, the musky scent of the trees growing tall towards the sky. It made him dwell in memories of their happy childhood, when all of the evil inhabiting the world was so, oh so far away from home.
«Never. We are never going to be apart again, brother.»
Alphonse shifted from his position, letting his back rest against the pillows and Ed's back relax onto his chest. His fingers worked fast and reached Edward's tights in delicate, small touches that left the latter unsatisfied.
«Is it fine today?»
He asked every single time, he would always ask. In his brother's eyes he saw the guilt and the fear of losing him, the same fear Edward would have seen before in his eyes if he wasn't stuck inside a steel armor for four years. Ed nodded and relaxed in Alphonse's arms, long hair falling on the sides of his face, loose limbs and deep breaths.
Al's hand moved slowly, with calm strokes, looking for the best way to make Ed melt in pleasure. He whispered in his brother's ear, reassuring him, telling him how amazing he was and how grateful he was to him for having his body back and being able to stay with him like that, in the most human way he could have ever known.
«You are so worth, brother. You gave me so much, even your own life. There's just no way I would leave you again.»
Slow, sweet moves made Edward's hips rock back and forth, trying to quicken the pace, looking for a way out of that pleasure – a pleasure that was so wrong, but still so comfortable, so loving. He knew that nobody in the whole world loved him like Alphonse did, and that unfathomable truth was enough to make him come.
Al slowed down, kissing his temple, cheek, then the reddened shoulder that could still feel his touch. He ignored the bulge in his pants, as he could already feel Edward slip into a deep, dreamless slumber. He quickly cleaned him up with a towel and covered both with blankets, shutting off the world at war outside their window.
«Even if you loose everything else, I will always be there for you. That's just how much I love you, brother.»
Alphonse closed his eyes, strenghtening his grip around Ed's warm body. As long as they would have been together, he would have gladly stayed awake for a thousands more nights.
That was just how much he loved his brother.

 
 
 
yuki
13 September 2016 @ 12:36 am
Titolo: Quando si fa sera
Wordcount: 764
Fandom: Haikyuu!!
Personaggi: Iwaizumi Hajime/Oikawa Tooru
Rating: R
Generi: romantico
Avvertimenti: yaoi, lemon (kinda), fluff
NdA: GUARDATEMI, SONO LA YU E HO SCRITTO UNA STORIA DOPO UN ANNO DI SILENZIO
ED E' UNA OINKS *sbrill*
Datemi la forza.



Oikawa ha gli occhi chiusi, e non li apre nonostante avverta il tonfo della borsa sul pavimento e il piegarsi scricchiolante del materasso sotto un peso non estraneo. Dormi?, sente, insieme ad una carezza sulla spalla della quale quasi non si accorge.
No, che non dormo. Un piccolo broncio, un’espressione infantile che non dovrebbe mostrare perché sa che è inutile – sa che è stupido, che l’altro è stanco, che non gli vanno i suoi giochetti.
Ma Hajime ride, pianissimo, forte abbastanza perché Tooru apra gli occhi e sorrida a sua volta. Sorrida in quel modo genuino che riserva ad Hajime ed Hajime soltanto. Come stai, com’è andata a lavoro, hai preso il tofu, tua madre ha telefonato, ho già annaffiato il giardino. Vorrebbe perdersi in quella solita routine di domande, ma le mani di Iwaizumi sono sul suo viso e le sue labbra sulle sue, e gli sono mancate così tanto durante il giorno che non riesce a trovare scuse per sottrarsi all’altro. È stato bravo Oikawa, ha passato il suo giorno libero a mettere in ordine casa, riparare la perdita in bagno, far compere, stendere il bucato, fare la lista dei regali per Natale. Ha fatto talmente tanto che, una volta finito, ha concluso che non gli restava altro da fare che aspettare Iwaizumi. L’attesa gli era sembrata un’eternità.
Vorrei fosse sempre così a volte.
Così come?
Tu ed io. Niente lavoro, niente lezioni, niente impegni. Soltanto noi, stesi sul letto a parlare e fare l’amore, e fare colazione insieme e non doverci mai vedere uscire da quella porta.
Le mani callose di Hajime lo spogliano piano, assaporano la pelle tiepida, premono ma allentano la stretta un istante dopo, come se debba trattenersi dal desiderio di stringerlo per non fargli del male. Tooru lo sa, che Iwaizumi farebbe lo stesso se potesse. Lo terrebbe rinchiuso laddove le persone non possano ammirarne l’innato fascino, segretamente terrorizzato dall’idea che arrivi qualcuno di più importante, più interessante o amorevole di lui a portargli via Oikawa.
Mi piace sapere che quando torno ci sarai tu ad aspettarmi. Hajime lo dice mormorando, con imbarazzo e la bocca premuta forte sullo sterno di Tooru.
Mi piace aspettarti, e Oikawa deve smettere di parlare perché Hajime è fra le sue gambe e tutto, tutto è irrilevante fuorché la sensazione di calore che sente allo stomaco, le mani di Iwaizumi contro le sue cosce e la lingua che lo divora, facendogli perdere il filo del bellissimo scenario che aveva poco prima immaginato.
Le dita di Oikawa vagano nei capelli dell’altro, li tirano per poi accarezzarli con gentilezza. Hajime riesce a prenderlo, dentro e fuori dal letto, in modi che nemmeno Oikawa conosceva prima che decidessero di avere una relazione. Il meglio di sè, e il peggio, le lacrime, le risate, i successi, il dolore, l’impotenza, la sconfitta e la vittoria – Hajime li ha visti tutti, li ha visti con Tooru, ci ha spinto Tooru contro a volte. Ed è rimasto, una roccia come il suo nome stesso.
Tooru si spinge verso il basso, le mani piantate sulle spalle di Hajime e i talloni che fanno leva sul materasso.  Si lascia cadere lento sull’erezione dell’altro e sospira, con i capelli che gli coprono la fronte e i denti che mordono le labbra nel tentativo di non gridare, di non far sapere all’intero palazzo quanto ami godere dell’uomo che ama. Dell’uomo che, miracolosamente, lo ama a sua volta.
Sei bellissimo Tooru. Gli scappa dalle labbra e non si trattiene dal guardarlo come fa ogni tanto, quando vorrebbe fargli capire che nonostante le imperfezioni e le paranoie, e i suoi stupidi boxer con gli alieni, lui lo considera la cosa più importante che abbia al mondo. È quello sguardo che fa venire a Oikawa da piangere, da star male, di prendersi a pugni e chiedere a un Dio che non conosce cosa ha fatto di così buono per meritarsi qualcuno come Hajime. “Sei l’unico successo della mia vita”, ha detto una volta all’altro.
Ci crede. Ci crede davvero, per tutte le volte che Hajime gli da un senso, e una casa in cui tornare la sera, o il suo piatto preferito alle tre del mattino, i suoi capricci ai quali l’altro dopo un po’ cede, e per quanto si senta completo quando sono insieme. Il suo “ti amo” è quel ti amo che significa grazie, perché con te sto vivendo e vivo, ogni giorno, senza mai stancarmi.
E gli basta un bacio sulla fronte, sudati e accaldati fra le coperte sfatte, per sapere che la risposta di Hajime è esattamente la stessa.

 
 
Mood: sleepysleepy
 
 
yuki
26 February 2015 @ 10:01 pm
Titolo: Holding on to what I (haven't) got
Wordcount: 5287
Fandom: Haikyuu!!
Personaggi: Iwaizumi Hajime/Oikawa Tooru, altri protagonisti
Rating: PG
Avvertimenti: Pacific Rim!AU, angst, death!fic, shonen-ai, (poco) lime, coppie varie
NdA: per il COW-T 5 @maridichallenge, M4 "fandom!AU" // Per tutti i termini tecnici vi rimando a Google. Sappiate solo che Cherry Bomb e Night Owl sono i nomi che ho dato a due Jaegar (l'Atomic Kitten piange nell'angolino perché non c'è). A voi trarre le conclusioni, io ho sofferto abbastanza. Le citazioni non sono stati conteggiate nel numero di parole e provengono tutte da 1Q84 di Murakami.


Il mondo è sempre un po’ più silenzioso, un po’ meno vasto. Da così in alto l’oceano sembra quasi percorribile in un paio di passi. Ruggisce e si abbatte contro la costa, è un animale che attacca e si ritrae con zanne invisibili e artigli di schiuma.Collapse )
 
 
Playlist: Dirty Money - Coming Home ft. Skylar Grey
 
 
yuki
22 February 2015 @ 03:31 pm
Titolo: Vita da (stre)gatti
Wordcount: 1174
Fandom: Haikyuu!!
Personaggi: Kuroo Tetsuro, Kozume Kenma
Rating: G
Avvertimenti: Soul Eater!AU, vago shonen-ai, fluff, probabile ooc
NdA: per il COW-T 5 @maridichallenge, prompt "Soul Eater". Raccolta? Oneshot? Once in a lifetime? Non lo sapremo. Mai. (NB: Avevo solo bisogno di una scusa per neko!Kenma. Non incolpatemi.)


Gli occhi gialli di Kenma vagarono dal davanzale di fronte al proprio al tetto spoglio dell’edificio che nascondeva parte della luna crescente, i denti in bella mostra come tutte le notti. La cicatrice sotto l’occhio prudeva più del solito quella sera, ma si costrinse a non sfregarsi la pelle. La porta si aprì e si richiuse con un tonfo, portando con sé il “sono a casa” di Kuroo.
Kenma saltò giù dall’alcova della finestra e a passi felpati raggiunse la stanza accanto, dove Kuroo aveva già messo la pentola sul fornello ed era impegnato a tagliuzzare qualcosa. Gli avvolse le braccia intorno alla vita.
«Com’è andata a scuola?»
Kuroo stava affettando delle mele gialle e grosse, e Kenma nell’accorgersene iniziò a fargli le fusa contro la schiena. Il petto dell’altro tremò della propria risata.
«Sempre lo stesso problema. Non c’è un Meister con cui riesca a lavorare bene.»
«Bokuto-san?»
«Ha trovato una Weapon giusto ieri, un suo compagno di classe. Non vorrei essere al suo posto quando dovrà vedersela con i suoi cambi di umore. Com’è stata la tua giornata?»
«Noiosa. È venuto Shouyou, abbiamo fatto un giro e sono rientrato.»
Le dita pulite e asciutte di Kuroo gli grattarono un orecchio mentre si girava nell’abbraccio di Kenma. Una mano gli solleticò il mento, facendogli alzare il capo verso l’alto.
«Vorrei passare più tempo a casa, ma le ricompense di quelle taglie ci servono per vivere e se non trovo un Meister in fretta saremo davvero nei guai.»
La loro casa era praticamente una catapecchia. Che poi era casa di Kuroo a dire il vero. Un giorno aveva trovato Kenma in un vicolo vicino casa, la coda spelacchiata e un pezzo di stoffa addosso per coprirsi come capitava. Si riparava dalla pioggia sotto il portico di una casa disabitata, tenendo le mani piccole sulla testa per nascondere le orecchie. Kuroo aveva un olfatto incredibile e lo aveva trovato immediatamente, non senza beccarsi qualche graffio. Per uno come lui che era da tempo fuggito da casa propria, ospitare un trovatello era un altro modo per avere compagnia.
Non gli aveva mai chiesto da dove venisse, né se fosse un gatto o un umano. A dieci anni lo aveva trovato intento a rassettare casa con mobili e libri che saltellavano da un lato all’altro della stanza, e Kenma nel vederlo aveva urlato tanto che la signora al piano di sotto era salita urlando di far silenzio. Farsi spiegare la complicata natura di Kenma aveva impiegato qualche giorno e più di una torta di mele, ma erano in qualche modo riusciti a comunicare e con il passare del tempo l’altro si era affezionato molto a lui, tanto che ormai a Kuroo sembrava di avere un fratellino. Magari se fosse stato suo fratello non avrebbe avuto nulla su cui rimuginare.
«Hm. Devi farmi più torte.»
«E tu dovresti smetterla di fare il mantenuto. Riesci perfettamente a nascondere la tua anima adesso. Shouyou non va sempre in giro con il suo coinquilino?»
Shouyou era un ragazzino di poco più piccolo di Kenma che lavorava al mercato. Viveva con un tizio che aveva lo sguardo da serial killer, ma che sapeva volergli un gran bene. Inoltre, per quanto Kenma dicesse che gli dava i brividi, teneva sempre il meglio da parte per lui.
«Il suo coinquilino non studia alla Shibusen.»
Kenma si staccò da Kuroo, infilando le mani nelle tasche della lunga felpa. Tornò alla sua alcova e guardò giù lungo la strada, osservando alcune figure che correvano sotto la pioggia. Con le dita disegnò dei gatti sul vetro umido. Spesso i ricordi della sua vita da vagabondo gli tornavano in mente: non ricordava la sua famiglia, solo la voce secca di una strega che lo cacciava dal regno perché maschio innanzitutto, perché mezzo gatto, perché non si inseriva negli standard della comunità. Un’altra strega dal naso lungo e foruncoloso lo aveva lasciato all’ingresso della città, e da lì aveva sempre fatto del suo meglio per non dare nell’occhio e rimanere in disparte, cercando di nascondere la sua anima a occhi indiscreti. Non voleva morire, e soprattutto non voleva finire divorato da una qualche arma demoniaca.
Una carezza fra i capelli lo distolse dai suoi pensieri. Kuroo lo spronava da sempre a dare il meglio di sé, e non perché volesse buttarlo fuori da casa o costringerlo a trovarsi un impiego. A Kuroo dispiaceva saperlo a casa tutti i giorni ad aspettare il suo ritorno, e pian piano la sua mente aveva iniziato anche a fantasticare su come Kenma passasse il tempo quando era da solo. Trovarsi delle ragazze era solo servito a far imbestialire l’altro perché quando tornava a casa puzzava di femmina, a detta sua, e rifiutava persino di dormire nella stessa stanza finché non si faceva una doccia. Era sempre stato molto possessivo nei confronti di Kuroo, senza però darlo mai a vedere in maniera eccessiva. Teneva il broncio, vagava per casa, non mangiava e lasciava le cose in disordine. Anche senza orecchie e coda a Kuroo avrebbe ricordato perfettamente un gatto.
«Potresti venire anche tu uno di questi giorni. Magari sei il mio Meister e non lo sappiamo ancora.»
Kenma si accomodò contro il petto di Kuroo, facendogli spazio sopra i vecchi cuscini. Ticchettò con le dita contro la finestra. A volte temeva che quella tranquillità che avevano sarebbe potuta finire in qualsiasi istante, temeva che Kuroo potesse essere punito per aver dato asilo a una strega. Temeva che li separassero, buttando uno nelle prigioni della scuola e l’altro in mezzo al deserto. Abbassò le orecchie e tirò le gambe verso il proprio petto, voltandosi fino ad avere la guancia posata contro la spalla di Kuroo. Il battito appena udibile del suo cuore lo calmava.
«Mi piace questa vita. Non voglio che mi mandino via.»
«Nessuno ti manderà via.» Le braccia di Kuroo lo strinsero e Kenma avrebbe giurato di sentire l’odore dell’altro cambiare per un attimo, ma fu troppo breve per poterne essere certo. Ricambiò con un profondo verso gutturale che gli fece arricciare la coda.
«Dov’è la mia torta di mele?»
Rise piano Kuroo, accarezzandogli la nuca con la punta delle dita prima di alzarsi. Kenma lo seguì in cucina, dimenticando l’ansia di poco prima. La sua vita gli piaceva ed era contento che proseguisse in quel modo – sperava in cuor suo che non cambiasse mai, nonostante la fame di alcuni giorni e l’acqua che dalle tegole rotte cadeva a goccioline sul pavimento. Non era del tutto una strega, né un gatto, né un essere umano, ma avere un posto da chiamare casa e qualcuno da aspettare dava un senso alle sue giornate.
Kuroo, d’altro canto, aspettava e sperava che quella morsa allo stomaco passasse. Annegava nello studio nella speranza di dimenticarsene, di non far caso a quanto l’odore di Kenma diventava di giorno in giorno più buono. A questo pensava quando gli augurò buon appetito, porgendogli la sua fetta di torta e guardandolo mangiarla in maniera composta ma con un evidente sorriso in volto. È solo la primavera, si disse. Sarebbe passata.
 
 
yuki
13 February 2015 @ 12:25 am
Titolo: I sorrisi delle dieci
Wordcount: 1615
Fandom: Haikyuu!!
Personaggi: Sawamura Daichi/Sugawara Koushi
Rating: NC17
Avvertimenti: yaoi, lemon, fluff
NdA: per il P0rnfest #8 @fanfic_italia, prompt immagine, e per il COW-T 5 @maridichallenge, prompt "Qualcosa di nuovo" (la ship, in questo caso).



Le mani di Daichi sudano, e non perché abbia ancora addosso il suo completo e ci siano più di trenta gradi nonostante il sole sia ormai tramontato da un pezzo. Suda perché Sugawara non parla ed è completamente rosso per l’imbarazzo, più di lui probabilmente – e Daichi è certo che il suo viso sia di un colore davvero imbarazzante, ma spera che la penombra riesca a nasconderlo un po’. Suga no, invece. La luce del lampione illumina la sua figura avvolta nella felpa, le mani infilate nelle tasche, gli angoli del suo viso rivolto verso l’asfalto. Quante volte sono rimasti così davanti casa sua? Perché quella sera è diverso? Sawamura esplode in un mezzo urlo spazientito che fa sobbalzare Sugawara, perso in chissà quali pensieri.
«Ho davvero voglia di baciarti» dice, mentre la sua mano cerca quella di Sugawara, mentre le sue dita si incastrano con quelle dell’altro in un misto di goccioline e piacevole tepore.
«Qui?!»
«Qui e ora, ma non possiamo. Però» e quasi strattona Sugawara nel voltarsi ma non lo fa davvero, non con forza, solo con un’intima dolcezza che lo porta a pochi centimetri dal suo viso, «voglio davvero baciarti adesso.»
Qualcosa avvampa nel petto di Koushi. Sa benissimo cos’è, e ha preferito non dargli un nome per troppo tempo, per troppe stagioni che ha passato a chiedersi se fosse un sentimento vero o solo il frutto di un’ammirazione agonistica. Si sente avvampare le guance e le orecchie, perché fondamentalmente lo vuole. Vuole Daichi contro lui, contro le sue mani e le sue labbra, sulla schiena, sulle cosce, vuole ogni capello e ogni centimetro di pelle. Gli costa già tanto sussurrargli un “Dammi un attimo” in risposta al suo “Casa mia è libera”, perché si sente mancare il respiro come durante una partita mentre corre su per le scale di casa e avverte sua madre che resta a dormire da Daichi per fare i compiti.
Quando si richiude il portoncino alle spalle Daichi è ancora lì, con quel completo noleggiato che gli sta perfetto sulle spalle ampie, la cravatta allentata, la giacca che penzola dalla spalla. Il lampione a Koushi sembra un riflettore puntato su di lui. Lo trova bellissimo. È bellissimo. Ed è mio. Nel realizzarlo ancora una volta Sugawara sorride e si morde il labbro, quasi deve trattenere le lacrime tanto è forte la sensazione che si fa spazio in lui. Sawamura lo guarda e gli fa cenno di muoversi, gli tende la mano nell’oscurità e impiegano quasi il doppio del tempo per arrivare a casa sua attraverso vicoli secondari, perché ci sono ancora persone in giro a quell’ora e di lasciare la mano di Koushi non se ne parla proprio.
La villetta è avvolta nell’ombra, e Sawamura ringrazia che il lampione più vicino sia abbastanza lontano da nascondere i baci che Koushi gli lascia sulla nuca mentre lui armeggia con le chiavi cercando quella giusta. Spogliatoio, vialetto, la terza è quella giusta. Gli occorrono due tentativi e qualche (finto) seccato lamento nei confronti dell’altro per varcare la soglia di casa e chiudersi dentro.
Le guance di Koushi scottano contro le sue mani, se per il freddo alle dita o per il calore della pelle dell’altro non saprebbe dirlo. Le sue labbra sono morbide contro le proprie, i suoi capelli gli solleticano il viso, le sue gambe si allargano per fargli spazio. Inspira l’odore della sua felpa e sospira, strofinandosi contro un principio di erezione che non riesce a ignorare.
«Immagina se tornassero i tuoi proprio adesso» ridacchia Sugawara, avvolgendogli le spalle con le braccia.
«Fortunatamente ne avranno ancora per molto. E non rovinare l’atmosfera» risponde Daichi, sorridendo di rimando e posandogli le mani sui fianchi. Sfrega la propria fronte contro quella di Koushi e sente come abbia il respiro corto, quanto entrambi anelino la stessa cosa in quell’istante.
Sugawara percorre in maniera automatica la breve distanza di una scalinata che li separa dalla stanza di Sawamura. All’interno c’è un buon profumo di incenso alle spezie, un odore particolare che Daichi si porta sempre dietro in qualche modo – odore che i suoi vestiti noleggiati non hanno, ma Koushi impiega ben poco a toglierglieli di dosso e a dimenticarsi di quel particolare. Allunga le braccia quando nel buio della stanza Sawamura ride baciandogli il naso, il viso, il collo, mentre lo costringe ad arretrare piano verso la scrivania. Le sue mani gli stringono le natiche e Sugawara geme piano nelle sue orecchie, le mani affondate nei capelli dell’altro e la frizione fra i loro corpi lenta ma decisamente piacevole.
Sawamura gli abbassa la tuta con una delle mani e lo accarezza da sopra il tessuto dell’intimo, con una certa pressione. Gli si spinge addosso e attraverso tutta quella stoffa che li divide Sugawara si sente di nuovo bruciare, di nuovo provare la sensazione di essere una torcia umana all’interno della stanza umida. Lascia la presa sulle spalle dell’altro per togliersi la felpa, non senza insultarlo perché non gli da nemmeno il tempo di spogliarsi. Daichi ride sulla sua bocca e si allontana di poco, sfrega il proprio pene libero dall’intralcio dei boxer contro quello di Koushi, ancora intento a togliersi la maglietta ma troppo distratto dai morsi dell’altro per riuscirci in qualche attimo. Alla fine tocca a lui stringere entrambe le erezioni fra le mani mentre Daichi gli sfila la maglia dalla testa.
Un brivido attraversa la schiena di Koushi quando Daichi gli morde una spalla. Lo fa senza fargli male, con malizia, lasciandogli segni viola dappertutto – “non sulle braccia, si vedono” gli ricorda il suo vice. Si porta una delle sue mani alla bocca e ne bacia le nocche, una per una. Gli occhi di Daichi sono così scuri e accesi di una scintilla familiare che Koushi deve deglutire per ricacciare indietro l’immenso nodo che gli si è formato all’altezza dello stomaco: eccitazione, desiderio, rispetto, ammirazione, fiducia, amore. È tutto condensato lì, in quei pochi centimetri che li dividono l’uno dall’altro.
L’ultimo cassetto della scrivania di Daichi è quello in cui tengono i profilattici e il lubrificante. Le prime volte Sugawara era terrorizzato all’idea che li mettesse in un posto così accessibile, coperti solo da un paio di riviste sulla pallavolo. Sembrava invece che il luogo più ovvio fosse anche quello più sicuro. L’improvvisa mancanza di contatto fisico lo lascia boccheggiante e insoddisfatto, ma le dita di Daichi che lo portano piano verso il materasso e tornano sul suo membro gli fanno perdere qualunque voglia di lamentarsi. Appoggia la testa fra i cuscini e si lascia andare alla sensazione del lubrificante che cola sulla pelle e dell’intimo che gli viene tolto con calma, finché anche Daichi è nudo davanti ai suoi occhi e le sue dita sono così lente e metodiche nel prepararlo che Koushi deve stringere le dita fra le lenzuola per non gemere troppo forte.
Pensa al completo di Daichi lasciato per terra da qualche parte e vorrebbe dirgli di appenderlo prima di continuare, ma la mano libera di Daichi lo masturba e il modo in cui gli mordicchia i capezzoli e il collo è troppo intenso per poter anche solo pensare di fermarlo. Lo vuole, lo vuole adesso e non lo lascerà andare da nessuna parte prima di averlo sentito dentro e intorno a sé.
«Da- Daichi, va bene. Ci stai mettendo troppo.»
Sawamura alza lo sguardo verso di lui, la lingua sul suo petto e le dita dentro il suo corpo, e gli sorride in una maniera tanto bella che a Koushi fa quasi male. Gli sorride in quel modo che lo spiazza e lo fa contrarre e desiderare di farci l’amore come se fosse l’ultima notte a loro concessa. Daichi lo fa sentire come se qualunque cosa stia per sbattergli addosso, qualunque difficoltà della vita lui possa affrontarla semplicemente avendolo al suo fianco. Gli fa venire da piangere, da ridere, da sussurrargli “ti prego” all’orecchio.
Guardare Koushi fa sentire Sawamura amato. Nei suoi occhi, nei suoi movimenti, nelle domande innocenti, nei piccoli gesti vede quanto sia fortunato a godere del suo amore. Lo fa sentire invincibile. Gli fa sentire un uragano nello stomaco al posto delle farfalle. È così piacevole essere in lui che deve stringere i denti per non venire subito, per appoggiarsi piano sul petto di Koushi e sentire il proprio cuore e quello dell’altro battere forte in una confusione di ba-dump della quale sorride, baciando il petto sul quale posa la guancia. Ha le mani di Koushi ai lati del viso che lo invitano a guardarlo.
«Prima… prima per un attimo ho pensato chissà cosa.»
«Hm?» chiede Daichi, e cerca di restare immobile nonostante la pressione. Sa che dopo potrà osare un po’ di più senza che l’altro lo rimproveri l’indomani.
«Insomma, ti presenti a casa mia all’improvviso vestito di tutto punto. Cosa avrei dovuto pensare?»
Ride nervosamente Koushi, e per un attimo c’è quella tensione strana nell’aria, quella che si forma quando non riescono a capirsi immediatamente. Dura il tempo che Daichi impiega a capire, a sorridere e a baciargli il mento. Si solleva abbastanza per guardare Suga nell’insieme, e deve davvero trattenersi per non spingersi del tutto in lui.
«Il completo è noleggiato fino a domani pomeriggio. Sono ancora in tempo» e nel dirlo ghigna, ma dolcemente. Così tanto che Koushi comprende e tenta di dire qualcosa, almeno finché Daichi dà una prima, lenta spinta e il suo balbettio si  riduce a un paio di gemiti sconnessi, primi di tanti per quella notte. Sorridono entrambi baciandosi, ma fra sé Sugawara maledice la sua lingua lunga e la sua impossibilità a nascondere qualcosa all’altro. E tuttavia non vede l’ora di svegliarsi l’indomani con Daichi addormentato accanto, come non vede l’ora in futuro di farlo mille altre volte.
 
 
yuki
31 January 2015 @ 09:04 pm
Titolo: Di evenienze e pomeriggi estivi
Wordcount: 1029
Fandom: Free!
Personaggi: Yamazaki Sousuke/Mikoshiba Momotaro
Rating: NC17
Avvertimenti: yaoi, lime, masturbation
NdA: per il P0rnfest #8 @fanfic_italia, prompt "MIkoshiba Momotarou/Yamazaki Sousuke, Megane!Momo". MI SONO RIDOTTA AL 31 GENNAIO OK? OK.



Sousuke ha, secondo un indice di valutazione personale che ritiene abbastanza rigido, un autocontrollo di ferro. Nonostante sia una persona fondamentalmente irruenta e incapace di trattenere le proprie emozioni, rispetto al passato ha adottato una serie di accorgimenti che gli permettono di non far sì che la sua irruenza lo faccia sembrare – a seconda delle situazioni e degli individui coinvolti – un esaltato o uno psicopatico dalla multipla personalità. Su cos’è che si stava concentrando? Ah sì, sul suo autocontrollo.
Perciò mentre si ripete di essere tanto bravo a controllarsi ignora i lamenti che gli rivolge Momotaro, seduto sul pavimento della propria stanza con le braccia lunghe su un tavolino pieghevole che lui e Nitori tengono sotto il letto per ogni evenienza. Già, evenienze: quelle che spingono Momo a invitarlo nella sua stanza con quaranta gradi all’ombra perché gli spieghi inglese al posto di Rin che si è già diplomato. Le stesse evenienze che portano Sousuke a fissare di nuovo il ragazzo di fronte a lui intento a mordicchiare il tappo di una penna, con gli occhiali che gli scivolano giù dal naso.
Si pizzica il naso con l’indice e il pollice di una mano, socchiudendo gli occhi e cercando di concentrarsi sull’altro. Per l’amor del cielo Sousuke, non sei un adolescente vittima degli ormoni. Insomma, tecnicamente lo è. Però si credeva immune a quanto concernesse il sesso per il momento, concentrato com’era sulla riabilitazione e sui suoi progetti per il futuro. Ma Momo non fa altro che muovere le gambe sotto il tavolo, scuotere la testa, inclinarla, fissare il libro attraverso le lenti sottili e continuare a mordicchiare quella maledetta penna con quaranta e più gradi all’esterno.
«Yamazaki-senpai, facciamo una pausa! Non ce la faccio più, mi scoppia la testa.»
«Sbaglio o mi hai chiesto tu di darti una mano? Prima mi inviti e poi batti la fiacca.»
La testa di Momo ricade pesantemente sul libro che ha davanti. Gira il capo e guarda Sousuke dritto negli occhi, con quello sguardo che lo confonde perché troppo serio e maturo, troppo malizioso ma in qualche modo innocente. A u t o c o n t r o l l o.
«Senpai…»
«Hm?»
Ci mette un attimo Momo a distogliere lo sguardo, abbastanza perché Sousuke capisca che qualunque cosa stia per dirgli non c’entra con inglese. E la cosa lo preoccupa e riempie di aspettativa insieme.
«Quelle cose che facevamo nella tua stanza… le fai con qualcun altro?»
Ingoia a vuoto, senza smettere di guardarlo. Quelle cose. Quelle alle quali tentava di non pensare fino a tre secondi fa, certo che sa di che parla. Certo anche che avrebbe preferito non pensarci.
«Quali cose?»
Momo apre la bocca e la richiude, come un pesce che boccheggia. Nel vedere il ghigno gentile dell’altro le sue guance diventano più simili al colore dei suoi capelli che a quello della pelle abbronzata, e al broncio che segue Sousuke sente un crac nella sua testa, simile al rumore di un rametto che si spezza.
«È sempre divertente prenderti in giro.»
«Senpai!»
«E se non le facessi con nessun altro, quelle cose?»


Il letto di Momo cigola ogni volta che si muovono, e Sousuke prega che non ceda sotto il peso di entrambi – anche se deve ammetterlo, sarebbe comico vedere Nitori entrare dalla porta e trovare il suo compagno di stanza e il suo ex senpai intenti a far roba su un letto sprofondato dritto sul suo. Basta un movimento di Momo perché torni piacevolmente alla realtà.
Con una mano gli accarezza la guancia, poi i capelli e la fronte. Momotaro ha un elastico per capelli che gli tiene raccolta la frangetta. Sousuke lo scioglie, gettandolo da qualche parte, e con la mano gli tira su i capelli dal viso. Lo preferisce così, con lo sguardo affamato che lo squadra dalle lenti che non ha tolto e la bocca riempita della sua erezione. Anche su questo Sousuke ha avanzato dei dubbi, ma l’altro non ha voluto sentire ragioni.
Non è un esperto Momo, ma ha i suoi modi per farlo impazzire. È frettoloso e fin troppo agitato, ma quando muove la lingua sul suo membro Sousuke deve stringere le coperte tra le dita per non lasciarsi sfuggire più di un sospiro ad alta voce. In contrasto la mano che lo masturba in basso è più lenta, così come le dita che Momo stringe attorno alla propria, di erezione. C’è troppo caldo, troppo calore tutto insieme in quell’istante, e gli occhiali appannati di Momo gli fanno venire in mente cose che non dovrebbe neanche pensare. Ma le pensa, e le dice pure.
«Momo. Va bene così.»
«Eh? Ma– » inizia Momo, riprendendo momentaneamente fiato dalla bocca.
«Continua con la mano, ma resta vicino. Voglio… provare una cosa.»
Momo fa come gli ha chiesto, ma è ancora troppo lontano, quindi Sousuke gli appoggia la mano sul capo e se lo tira più vicino, fino a sfregare il pene contro la sua guancia. Momotaro gli rivolge un’occhiata confusa, ma non si sposta e continua a muovere il pugno con ritmo crescente, strofinandosi contro la pelle dell’altro come un gatto – sa che la cosa eccita Sousuke, e di conseguenza eccita anche lui.
Nemmeno fa caso agli occhiali che rischiano di scivolargli dal naso, è un attimo che non vede nemmeno passare perché Sousuke gli stringe i capelli fra le dita e gli viene praticamente sul viso, sugli occhiali e sulle labbra ancora aperte per l’imbarazzo e per l’eccitazione. Si vergogna così tanto Momo che la prima cosa che fa è allungarsi in avanti per prendere i fazzoletti, cercando di nascondere il rossore e l’erezione insoddisfatta. Sousuke però gli afferra il viso e lo guarda, stringendolo in un goffo abbraccio prima di baciarlo, noncurante di come sia ridotto al momento. Momo potrebbe giurare di non aver mai voluto sprofondare tanto dall’imbarazzo.
«Tocca a te ora.»
Si ritrova disteso sul proprio letto, una mano di Sousuke intenta a ripulirlo alla bell’e meglio con un fazzoletto. Fa per togliersi gli occhiali ma Sousuke gli blocca la mano, sorridendo.
«Tienili. Dopo li metto io.»
Momo avvampa, dicendosi che l’altro non ha un briciolo di autocontrollo in quelle situazioni. In compenso lui non è così innocente, né in inglese va poi tanto male.